Black Mirror 4: il museo nero del futuro

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Black Mirror è tornato. A sei anni da quando siamo entrati per la prima volta nel magico mondo ideato da Charlie Brooker, assistendo a un rapporto sessuale tra il primo ministro britannico e un maiale, e a più di un anno da quando lo abbiamo lasciato l’ultima volta in balia di api-drone assassine, la quarta stagione è approdata su Netflix lo scorso 29 Dicembre. E si è confermata, nonostante le critiche dei puristi pre-Netflix, la serie più importante che abbiamo la possibilità di vedere in quanto riesce a dipingere con spietata lucidità le nevrosi e le debolezze del mondo contemporaneo iper-tecnologizzato, anche esasperandole, e mostrarcene le degenerazioni. Quasi ad avvertirci dei pericoli, a spiegarci le conseguenze nell’eventualità che il progresso ci sfugga di mano: cosa che oggi, in piena rivoluzione tecnologica, è sempre in procinto di accadere. Per questo quando si definisce Black Mirror una serie futuristica, una tecno-distopia parafantascientifica, si sbaglia: Black Mirror è oggi lungi dal metterci di fronte al possibile incubo di un indefinito futuro annientato dalla tecnologia,  perché è forse la serie più strettamente legata all’hic et nunc e che meglio sa raccontarlo.

In effetti la serie tv ruota intorno alla tecnologia, ma il suo tema non è mai la deriva tecnologica nel senso, caro a molta fantascienza, di ribellione delle macchine all’uomo, di autonomia e sopraffazione del virtuale sul reale: non c’è nessun HAL 9000 kubrickiano. Al contrario, la tecnologia si mantiene docile e utile, all’apparenza, a migliorare in ogni aspetto la vita umana. C’è sempre l’uomo al centro, con il suo libero arbitrio e le sue meschinità, ed è nel suo rapporto con il medium tecnologico – non nel medium in sé – che si è sempre giocata la partita. Non fanno eccezione anche queste nuove sei puntate della quarta stagione. Anzi, qualcuno addirittura ha notato (e non gradito, nella maggior parte dei casi)  uno slittamento dal nichilismo sadico e angosciante tipico della serie a una sorta di umanesimo, una riaffermazione decisa, anche se non immediata, della dignità e della libertà umana a discapito della tecnologia. Ma andiamo con ordine, e entriamo nel vivo di queste nuove puntate.

Le sei nuove storie confermano ciò che già si era visto nella terza stagione: pur mantenendo intatta l’essenza, superficialmente Black Mirror è cambiato. Dal punto di vista dei generi, la serie si è fatta più sperimentale e autoriale: abbandonando la traccia consueta, fuori dalla sua comfort zone, Black Mirror ha iniziato a misurarsi con le più diverse forme narrative in una contaminazione di generi, stili e citazioni che, se si guarda all’intera stagione come un’opera unica, sfiora il pastiche cinematografico. Charlie Brooker ha recentemente affermato in un’intervista che è proprio la sperimentazione quasi sistematica dei generi il modus operandi delle ultime stagioni: “A volte quando discutiamo dei temi da affrontare lo facciamo in termini di genere. Tipo Oh, non abbiamo ancora fatto né musical né procedure giudiziarie”. Al musical non sono ancora arrivati, ma i nuovi episodi costituiscono un vero e proprio campionario di generi: la fantascienza anni ‘70, con astronavi e tute spaziali, in una scoperta citazione di Star Trek sempre in bilico tra omaggio e parodia (USS Callister); il thriller psicologico di ambientazione nordica, fatto di distese di neve e sguardi glaciali (Crocodile); il film d’autore, con la trama scarna, il bianco e nero metallico, i rallenty, gli zoom, le inquadrature non canoniche (Metalhead, l’episodio più atipico, più da festival che da serie tv); il film indie con atmosfere da teen movie, con una guest star alla regia, Jodie Foster (Arkangel); la commedia romantica, che sembrerebbe così poco da Black Mirror eppure aveva già dato risultati eccezionali con San Junipero (Hang the DJ); il racconto a incastro, quasi tre puntate in una, con venature horror di sadismo e perversione (Black Museum). Brooker ha sfidato se stesso e messo in gioco sufficiente varietas per rischiare di perdersi, e di allontanarsi dalla missione principale della sua serie. Ma il rischio viene arginato splendidamente e nel profondo Black Mirror rimane sempre lo stesso. Anzi l’affastellarsi dei generi funziona da amplificatore, da moltiplicatore della potenza visuale: più sono gli abiti, i linguaggi, i punti di vista con cui i temi principali della serie vengono presentati e più questi temi riescono a penetrare incisivamente nella nostra coscienza.

Così, dietro le tutine color pastello dei personaggi del primo episodio USS Callister, dietro il retrò fantascientifico e le ultravelocità spaziali, si cela qualcosa di ben più complesso: coscienze virtuali, ma completamente senzienti e quindi profondamente umane (il topos è ricorrente in Black Mirror, da ‘White Christmas’ a ‘San Junipero’), intrappolate in un videogioco che è in realtà un regime dittatoriale creato dalla mente di un programmatore folle. Questi, inabile alle relazioni interpersonali e dunque soverchiato nel mondo reale, sfoga la sua repressione nell’universo virtuale intrappolandovi le persone che conosce (principalmente colleghi d’ufficio) e costringendoli, con derive sadiche, a recitare secondo un copione che gli è congeniale: l’equipaggio di una navicella spaziale, di cui egli è, ovviamente, il comandante. Ed ecco un’operazione alla Black Mirror: nascondere dietro una patina vintage, di genere, un problema attualissimo. Il comandante è l’estremizzazione dell’odiatore online, il Napalm53 di Crozza, l’individuo insoddisfatto e debole nella vita che pensa di riscattarsi vomitando insulti sui social, offendendo senza conoscere, degradando le donne. Una categoria la cui leggerezza nell’odio era già stata mostrata, e brutalmente punita, in Hated in the Nation – e che ora viene portata ad un livello superiore nelle impensabili vesti di un simil-capitano Spock.

La frustrazione e l’odio sfogati online non sono l’unica problematica prettamente contemporanea che la quarta stagione di Black Mirror mostra sotto nuova luce: sotto indagine vi sono anche, ad esempio, l’iper protettivismo dei genitori nei confronti dei figli e il mondo delle app di dating, e più in generale la sfera delle odierne relazioni sentimentali. In Arkangel, una madre preoccupata per l’incolumità della figlia dopo averla smarrita per qualche minuto in un parco giochi (aveva banalmente seguito un gatto), le installa nella mente un avanzato sistema che permette di monitorarla al 100 %: sapere dove si trova, tramite GPS, e vedere ciò che lei vede attraverso i suoi occhi che fungono da telecamera. La follia del controllo – soprattutto materno – già percettibile nella nostra realtà  diventa totale in Arkangel, e le conseguenze, naturalmente, non sono buone. Ma più che il controllo totale, l’essere orwellianamente spiati 24 ore su 24, il fulcro del problema in ‘Arkangel’ è un altro -e qui risiede lo scatto di genialità): il sistema possiede un filtro che, se attivo, permette alla bambina di non vedere scene che le provocano forti emozioni negative come paura, dolore, disgusto, coprendole con dei pixel e attenuandone il suono. La bambina, vedendosi negati paura e dolore, andrà a cercarli, tenterà di procurarseli da sola: ogni tabù si trasforma in curiosità, ogni divieto in desiderio, è una legge universale. Così ‘Arkangel’ non mostra soltanto il pericolo e il danno del controllo, ma si spinge oltre e ci costringe ad ammettere che la paura, il dolore e la violenza non sono solo inevitabili, ma necessari nel processo di crescita: nulla esiste senza il suo opposto, quindi non ci sarebbe felicità senza dolore, non sollievo senza paura. Tentare di oscurare la violenza del mondo alla fine la moltiplica, e lo strumento di censura diviene esso stesso strumento di violenza, come accade significativamente al tablet/centro di controllo nell’ultima, potente, scena di Arkangel.

In Hang The DJ, invece, sul banco degli imputati troviamo le applicazioni di incontri e il mondo liquido delle relazioni tra i sessi. Il Sistema è un Tinder apparentemente infallibile: dopo varie relazioni con persone selezionate da lui, lunghe ciascuna un determinato tempo deciso da lui, con le informazioni ottenute ti farà trovare il “perfect match”, il partner ideale senza possibilità di appello. Un po’ The Lobster nella coercizione alle relazioni, un po’ The Truman Show, soprattutto visivamente, nel sorprendente finale questo episodio è una tassonomia di tutte le insicurezze, i dubbi, le debolezze e le paure che entrano in gioco durante la ricerca di un partner. Il primo incontro e le prime interazioni sessuali ad esempio. Il tutto, naturalmente, consegnato alla tecnologia e da essa amplificato: come l’odio, anche l’amore è più facile se filtrato da uno schermo, e se un algoritmo promette di trovarci l’anima gemella. Ma la realtà dell’amore, fatta di concretezza, di errori, e anche di addii, è un’altra: per questo nei protagonisti, legati da quel quid trascendente proprio dell’amore che travalica i freddi calcoli di un sistema tecnologico, cresce progressivamente il desiderio di ribellarsi, di fuggire, di riappropriarsi del proprio potere decisionale. Ma se la ribellione fosse parte della simulazione? ‘Hang the DJ’ inanella una serie di deliziosi tic e gaffe tipici dei rapporti forzati e consumati in fretta, e ci mostra per contraltare le caratteristiche, soprattutto nei gesti minimi, dell’amore quello vero. Si presenta insomma come una perfetta rom com dentro un guscio distopico. Ma nel finale Black Mirror ci sorprende ancora una volta con lo straniamento, con la messa in discussione di ciò che abbiamo visto fino a un attimo prima – a conferma che, come in ‘San Junipero’, anche se si parla d’amore è sempre Black Mirror, e un Black Mirror ai suoi più alti livelli.

Puntate in cui la denuncia alla società contemporanea tecnologizzata è invece meno marcata, in favore di un plot più narrativamente avvincente, sono Crocodile e Metalhead. La prima è un’angosciante discesa agli inferi di una giovane donna di successo, in cui la questione morale ha poco a che fare con la tecnica, ma piuttosto con l’intreccio tra caso e libero arbitrio che governa la vita umana – anche se ricompare, e non è irrilevante, un apparecchio per poter rivedere i ricordi, come già in ‘The entire history of you’ (e visto che Black Mirror ama autocitarsi, ricompare anche, per i nostalgici, la canzone-simbolo della serie, “Everyone who knows what love is (Will understand)”). La seconda è un piccolo gioiello, un survival movie che punta tutto sulla tensione narrativa e sulla regia raffinata, lasciando da parte qualsiasi contesto o contorno – un hapax legomenon in Black Mirror, e probabilmente tale resterà, ma non per questo meno valida.

A chiudere la stagione è invece, non a caso, Black Museum. Black Museum è un museo in tutti i sensi: quello fisico nel mondo fittizio dell’episodio, in cui sono contenuti oggetti legati a storie tragiche o criminali; ma anche la puntata in sé che, con tre storie in una, sembra offrire una classificazione dei molteplici sentieri che la degenerazione dell’uso della tecnologia può scatenare. E’ a tutti gli effetti un museo dello stesso Black Mirror, e non è casuale che condividano nel titolo colore e assonanza. L’ultima puntata è una sineddoche dell’intera serie: come a dire, tutto ciò che hai visto finora è finito in questo museo e anche se solo una minima parte degli oggetti ci viene mostrata possiamo supporre che contenga molte vecchie conoscenze. È anche un avvertimento: nel corso delle varie stagioni, in questa stessa puntata, si è vista la tecnologia al servizio del potere, della violenza, della perversione, della barbarie; tutto ciò che si è visto, che nella realtà ancora non esiste ma appare pericolosamente prossimo, è finito senza eccezioni in questo luogo come se fosse davvero un mausoleo del crimine e della tragedia, un santuario del male. Black Museum ci mostra il risultato  se le profezie della serie si avverassero: il male. E ci chiede di stare attenti, di fermarci prima che sia troppo tardi. O forse, nichilisticamente, ci mette davanti agli occhi un’altra verità: quello non sarebbe il risultato, ma sarà il risultato perché abbiamo già superato il limite, e siamo quindi pronti a riempire di orrori interi musei.

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