Passeggiata letteraria a San Pietroburgo

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Di alcune città si dice che sono un museo a cielo aperto, mentre di altre si potrebbe dire che sono un libro a cielo aperto; San Pietroburgo è sicuramente tra queste.
La severnjaja stolitsa – “capitale del Nord” della Russia – è infatti molto più giovane della sorella maggiore Mosca e si porta sulle spalle solo poco più di trecento anni: era il 1703 quando l’allora zar Pietro I – poi conosciuto come “il Grande” – decise di fondare una nuova capitale alla foce del fiume Neva.
Da allora, però, Piter (come amano chiamarla i suoi abitanti) è stata testimone, molto prima che di sanguinose rivoluzioni, anche della vita e all’estro creativo di alcuni dei maggiori esponenti della letteratura russa ed europea, se non addirittura mondiale.

Un amico russo mi disse una volta, non senza una non-molto-velata nota di sarcasmo, che il più grande sogno di tutte le ragazze russe è quello di trasferirsi a Pietroburgo o a Parigi. “Perché secondo te proprio queste due?”, gli chiesi. “Mah, probabilmente per via dell’atmosfera: città di poeti e malinconia, e tutte quelle cose lì”. Questo giusto per rendere l’idea di quanto questa città nell’immaginario collettivo sia legata a scrittori e poeti – statisticamente con un destino piuttosto tragico, va riconosciuto – che sono nati, hanno vissuto e hanno ambientato qui le proprie opere. Sono davvero tanti i luoghi della città che rimandano alla letteratura: le case di grandi scrittori del passato oggi adibite a museo non si contano, così come le vie e le piazze in cui ha luogo una scena di qualche romanzo. Quella presentata qui di seguito è dunque solo una breve selezione, pensata per offrire qualche spunto per una passeggiata letteraria attraverso la città e lungo quasi due secoli di letteratura.

1.

“Онегин, добрый мой приятель, / Родился на брегах Невы, / Где, может быть, родились вы / Или блистали, мой читатель; / Там некогда гулял и я: / Но вреден север для меня”.

“Eugenio Oneghin, buon amico mio, / nacque in riva alla Neva, ove nasceste / forse anche voi, lettore, oppur splendeste. / Sulle sue sponde già una volta anch’io / Ero solito andare a passeggiare, / ma m’è dannoso il nord, a quanto pare”.

(traduzione di Ettore Lo Gatto)

La nostra passeggiata non può che iniziare dal più grande poeta di Russia, nato a Mosca ma poi divenuto illustre cittadino pietroburghese: Aleksandr Sergeevič Puškin. Siamo nel terzo decennio dell’Ottocento, Pietroburgo sta diventando la capitale di un grande impero e conoscendo le mode europee: anche qui si parla francese, i salotti sono animati da balli che durano notti intere e sulle rive della Neva passeggiano eleganti dandy in preda allo spleen. Tra loro, Evgenij Onegin (italianizzato “Eugenio Oneghin” nella traduzione di Ettore Lo Gatto), il dandy per eccellenza e protagonista di quella che è forse – almeno secondo i russi stessi – l’opera più importante della letteratura russa: il romanzo in versi che porta il suo nome. Da allora, le rive della Neva hanno visto susseguirsi generazioni di passanti, sia reali che immaginari: il nostro eroe Onegin, lo stesso Puškin (prima che venisse mandato al confino a sud, in Moldavia, per volere dello zar a causa di alcuni suoi comportamenti giudicati sovversivi), e anche – forse – noi lettori, a cui il poeta si rivolge direttamente. E se ve lo dice la voce del maggior poeta russo, perché non cogliere l’occasione e partire per passeggiare e “splendere” lungo la Neva?

2.

“Нет ничего лучше Невского проспекта, по крайней мере в Петербурге; для него он составляет все. Чем не блестит эта улица — красавица нашей столицы! Я знаю, что ни один из бледных и чиновных ее жителей не променяет на все блага Невского проспекта”.

“Non c’è nulla di meglio della prospettiva Nevskij, perlomeno a Pietroburgo; per la città vuol dire tutto. Di cosa non brilla questa via – splendore della nostra capitale! Io so che nessuno dei suoi pallidi e impiegatizi abitanti scambierebbe la prospettiva Nevskij con tutto l’oro del mondo”. 

(traduzione di Emanuela Guercetti)

Una passeggiata pietroburghese non può non comprendere Nevskij Prospekt (conosciuta in italiano come “Prospettiva Nevskij”, sebbene sarebbe traducibile semplicemente come “Viale della Neva”), la via principale del centro città. Fare una rassegna di tutti gli autori che l’hanno citato in almeno una delle loro opere sarebbe impossibile, ma un buon punto di partenza potrebbe essere l’omonimo racconto di Nikolaj Vasilevič Gogol’ – fondamentale autore dell’Ottocento russo -, spesso edito insieme ad altri sotto il titolo complessivo di Racconti di Pietroburgo. Racconti tutt’altro che realistici, ma che dipingono piuttosto una Pietroburgo assurda, fatta di ombre e fantasmi, di “pallidi e impiegatizi abitanti” e – come vedremo – parti anatomiche dotate di vita propria.

3.

“Бедный Ковалев чуть не сошел с ума. Он не знал, как и подумать о таком странном происшествии. Как же можно, в самом деле, чтобы нос, который еще вчера был у него на лице, не мог ездить и ходить, — был в мундире! Он побежал за каретою, которая, к счастию, проехала недалеко и остановилась перед Казанским собором”.

“Il povero Kovalev per poco non impazzì. Non sapeva che cosa pensare di un fatto così strano. Com’era possibile, infatti, che un naso che fino al giorno prima stava sulla sua faccia, potesse girare in carrozza e a piedi… portasse l’uniforme! Rincorse la carrozza, che fortunatamente non era andata lontano e si era fermata davanti alla cattedrale di Kazan’ ”. 

(traduzione di Emanuela Guercetti)

A proposito di parti anatomiche dotate di vita propria, un caso del genere è quello che accade in un altro racconto di Gogol’, intitolato Il Naso. Protagonisti sono il barbiere Ivan Jakovlevič, il maggiore Kovalev e, appunto, il suo naso, che un giorno si stacca dalla faccia su cui si era sempre trovato e inizia a vagare per Pietroburgo in carrozza e uniforme. I luoghi menzionati nel racconto sono davvero molti (tra questi, la cattedrale di Kazan’, come nell’estratto citato) e, leggendo il testo di Gogol’ è poi possibile tentare di ricostruire le peripezie e seguire l’itinerario del naso e del suo padrone. Oltre ai luoghi citati nel libro e che è possibile ritrovare nella Pietroburgo odierna, ce n’è uno che, ancora oggi, porta un riferimento al racconto: se si guarda sul muro dell’edificio al numero 36 di Voznesenskij pereulok è possibile scorgere un grande naso in pietra con la scritta “Naso del maggiore Kovalev”. Un tributo che la città ha voluto riservare a quanto uscito dalla penna di uno dei suoi cittadini più tormentati.

4.

“В начале июля, в чрезвычайно жаркое время, под вечер, один молодой человек вышел из своей каморки, которую нанимал от жильцов в С — м переулке, на улицу и медленно, как бы в нерешимости, отправился к К — ну мосту”.

“In una giornata straordinariamente calda del principio di luglio, verso sera, un giovane, uscito dalla stanzetta che aveva in subaffitto nel vicolo di S., scese in istrada e lentamente, con l’aspetto di una persona indecisa, s’avviò verso il ponte di K.”. 

(traduzione di Vittoria Carafa De Gavardo)

Così inizia una dei testi della letteratura russa più amati e letti dagli italiani: Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij, il cui protagonista, Raskolnikov, abitava in una casetta non lontano da Piazza Sennaja (“piazza del fieno”, un tempo sede di un importante mercato). 

Uno scorcio di Piazza Sennaja oggi

A metà Ottocento il quartiere era piuttosto diverso da come appare oggi: un luogo di malfattori e poveri, tra cui ben si inseriscono i personaggi usciti dalla penna del celebre romanziere. Dostoevskij non precisò mai dove si trovava esattamente la casa del giovane protagonista del libro, tuttavia è possibile ricostruire la posizione quasi esatta dell’edificio, dove oggi si trova, per l’appunto, quella che viene definita “casa di Raskolnikov” (ulitsa Graždanskaja 19). 

Sull’angolo della cosiddetta “casa di Raskolnikov” è stato collocato un monumento a Dostoevskij che recita: “Casa di Raskolnikov. I tragici destini della gente di questo luogo di Pietroburgo servirono a Dostoevskij come fondamento per il suo appassionato sermone sul bene per tutta l’umanità”

A poca distanza, in ulitsa Kaznačejskaja 7 (angolo con Stoljarnij pereulok 14), – oltre alla casa della vecchia usuraia (Prospekt Rimskogo-Korsakova, 25) e di Sonečka Marmeladova (Naberežnaja Kanala Griboedova, 73) e al ponte Kokušin, menzionato all’inizio dell’estratto citato – si trova anche la casa dove visse lo stesso Dostoevskij tra il 1864 e il 1867. Proprio in questa casa venne scritto Delitto e Castigo, ambientato nelle stesse vie in cui l’autore viveva e che percorreva tutti i giorni. 

La casa di Dostoevskij all’angolo tra ulitsa Kaznačejskaja e Stoljarnij pereulok, fotografata in un nevoso pomeriggio di gennaio. La targa recita: “In questa casa tra il 1864 e il 1967 visse Fedor Michajlovič Dostoevskij. Qui fu scritto il romanzo ‘Delitto e Castigo’”

5.

“Our house was No. 47 in Morskaya Street. […] There was a small public park on the north side of the square […] Upon reaching Nevski Avenue, one followed it for a long stretch, during which it was a pleasure to overtake with no effort some cloaked guardsman in his light sleigh drawn by a pair of black snorting and spreading along […].”

Nell’ultimo anno del diciannovesimo secolo, in quello che ancora oggi è il numero 47 di Bol’šaja Morskaja ulitsa (dopo aver momentaneamente cambiato nome in età sovietica), nacque uno degli autori più interessanti di tutto il Novecento: Vladimir Nabokov. Colui che viene universalmente conosciuto come l’autore di Lolita nacque e visse per i primi diciotto anni della sua vita in Russia, salvo poi essere costretto a emigrare – prima in Germania, poi negli Stati Uniti, dove divenne un autore in lingua inglese – a causa della Rivoluzione. La casa di famiglia in cui era nato e aveva abitato a Pietroburgo rimase sempre per lui “la sola casa al mondo” – tanto che, una volta emigrato, quando iniziò a guadagnare abbastanza per poterselo permettere, preferì sempre vivere in hotel – e venne accuratamente descritta a più riprese nel testo autobiografico Speak, memory (considerato da molti critici una delle autobiografie più importanti del Novecento, non solo per il contenuto quanto piuttosto per lo stile adottato). Oggi la casa ospita un piccolo museo, in cui sono conservati, tra le altre cose, le edizioni originali dei suoi libri e alcuni esemplari della sua collezione di farfalle (corredati da materiale di studio), una delle più grandi passioni dell’autore.
La targa recita: “In questa casa nacque Vladimir Vladimirovič Nabokov 1899-1977”

6.

Во втором дворе подвал, / В нем — приют собачий.  / Каждый, кто сюда попал —  / Просто пес бродячий.  / Но в том гордость, но в том честь,  / Чтобы в тот подвал залезть! / Гав!”

Nel secondo cortile c’è una cantina / Lì c’è un rifugio per cani / Chiunque capiti qui / Non è altro che un cane randagio. / Ma in questo c’è orgoglio e onore, / Per intrufolarsi in questa cantina! / Bau!”

(traduzione dell’autrice)

Pare che il poeta Vsevolod Knjazev abbia composto questo “inno canino” in onore dell’apertura nel 1912 del caffè La Cantina del Cane Randagio (conosciuto semplicemente come Il Cane Randagio), rimasto in attività fino al 1915 in Michajlovskaja Ploščad’. Qui si ritrovavano alcuni dei più illustri rappresentanti dell’Età d’Argento – periodo della storia culturale e letteraria russa che comprende la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fino all’avvento del Modernismo. Dove un tempo trascorrevano le loro serate di bevute e poesia i maggior esponenti della letteratura russa – tra cui: Osip Mandel’štam, Anna Achmatova, Nikolaj Gumilev, Nadežda Teffi, Igor’ Severjanin, Vladimir Majakovkij e molti altri – è ancora oggi possibile visitare il famoso caffè. Certo, l’atmosfera fin de siècle è un po’ calata, ma la posizione del locale (a pochi passi dal Museo Russo e dal teatro Michajlovskij, in pieno centro città) ne fa un luogo ideale per una pausa in stile letterario.

7.
“Моему городу
Белая ночь 24 июня 1942 г. […]
Так под кровлей Фонтанного Дома, / Где вечерняя бродит истома / С фонарем и связкой ключей, / Я аукалась с дальним эхом, / Неуместным смущая смехом / Непробудную сонь вещей;”

“Alla mia città
Notte bianca, 24 luglio 1942 […]
Così, sotto al tetto della Casa della Fontanka / Con la lanterna e il mazzo delle chiavi / Un languore serale s’aggirava, / E ai miei richiami un’eco lontana / Turbava con risata inopportuna / Il profondo letargo delle cose;”

(traduzione di Carlo Ricci)

Inizia così il Poema senza eroe, considerato – insieme al celeberrimo Requiem – uno dei testi più drammaticamente meravigliosi della poetessa Anna Achmatova, voce imprescindibile per capire la letteratura russa del Novecento. Il testo, scritto durante il terribile assedio di Leningrado, che vide la città resistere eroicamente ai nazisti per quasi tre anni (settembre 1941 – gennaio 1944), prima di proseguire con un riferimento alla Russia intera si sofferma sul dettaglio della “Casa della Fontanka”. Si tratta di un edificio che era stato in epoca imperiale il palazzo della famiglia Šeremetev – situato, appunto, lungo il canale Fontanka –, poi nazionalizzato e trasformato prima in Museo della Scienza Popolare e poi suddiviso in una serie di appartamenti. In uno di questi, situato nell’ala nord, la poetessa visse tra il 1918 e il 1920, mentre dalla metà degli anni Venti fino al febbraio 1952 si spostò in un altro, nell’ala sud. Proprio in quest’ultimo Achmatova visse alcuni dei momenti più drammatici della sua vita e scrisse il famoso Requiem; oggi l’appartamento ospita un museo a lei dedicato (a cui si accede da Litejnyj Prospekt, 53) e in cui è possibile conoscere da vicino la vita e le opere di questa straordinaria donna e poetessa.
La nostra passeggiata letteraria per la “capitale del nord” potrebbe continuare ben oltre – includendo, ad esempio, i luoghi che hanno ospitato i circoli dei dissidenti di epoca sovietica, o quelli che qualche decennio fa videro nascere i primi, timidi accenni di cultura underground. Preferiamo però lasciare al lettore il compito di partire alla scoperta di questa affascinante città, passeggiando per i suoi viali e lungo i suoi canali, ammirandone l’architettura e i panorami sul Golfo di Finlanda, per poi esclamare – forse – facendo eco al grande Puškin, “ti amo, opera di Pietro!”.

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