Niente di personale: tra i fantasmi dell’industria culturale

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“Ma da quando le persone hanno cominciato a parlare tutte nello stesso modo? Quando è accaduto che le voci sono diventate tutte uguali? Tutte un brusio? Tutto un imitarsi a vicenda, a rimbalzarsi uno con l’altro, nei toni, nelle pause, nei sottovoce, nello scandire le parole. Quali sono le voci generate oggi? Cosa rivelano le voci d’oggi?”

Non sono tra le domande più insofferenti e provocatorie presenti nel romanzo Niente di personale (La nave di Teseo, settembre 2018) di Roberto Cotroneo. Dopo il volume fotografico Genius Loci (Contrasto, marzo 2017), l’autore pubblica un libro-biografia contenente la sua formazione nella scena culturale italiana, i suoi fantasmi familiari e soprattutto il critico sguardo sullo scrivere attuale.

La carriera di Cotroneo è iniziata nelle pagine del L’Espresso, dove è stato a capo della sezione culturale per oltre dieci anni, quando l’intellettuale era rustico e genuino, e il potere all’interno dei giornali lo sentivi, ma nessuno lo ostentava. L’autore ripercorre il suo arrivo a Roma: la città di Moravia, di Pasolini e di Fellini, e anche quella di Andreotti. Siamo negli anni in cui “non si trattava di comunicare, si trattava di fare”, quando nelle redazioni il rumore costante delle macchine da scrivere era interrotto solo dalle telefonate e dalle lettere portate a mano. Non c’è malinconia nelle parole di Cotroneo, perché “c’è un continuo presente di nuove voci e di nuove immagini” e sarebbe stupido negarlo, ma non c’è neanche un mutuo adattamento a quanto accaduto e alle nuove dinamiche dell’industria culturale. Cotroneo sveglia i propri fantasmi  e li interroga furiosamente per spiegare questo cambiamento: piccole cose, nuovi arrivi e semplici compromessi che si sono fatti. Una direzione sbagliata, una storia rivisitata, una leggerezza che ha dato il via a quella che sembra una strada senza ritorno. Entrano in scena storie di salotti romani, dei veri protagonisti che hanno ereditato la letteratura e la storia ma che hanno avuto troppe difficoltà nel tramandarla a loro volta. Un’eredità che cinicamente verrebbe da guardare con gli occhi dell’archeologo: un tempo che è esistito, e che non esiste più. 

Così i romanzi degli ultimi trent’anni non sono altro che riscritture di “vite in chiave plausibile, pubblicabile, buone per qualche rivista femminile”: scrittori registi artisti e musicisti tra gli altri -tutti i creativi si susseguono nelle interrogazioni di Cotroneo- “si abbondano a confessioni, a rivelazioni, si raccontato, aggiungono senso ai testi che scrivono, ai film che interpretano o che girano, ragionano di cose che non sanno e che c’entrano nulla con quello che hanno fatto o che stanno facendo”. Così l’artista, il demiurgo che crea, diventa sempre di più un arrogante auto-esegeta a cui manca l’originalità della voce. “Oramai le storie che si raccontano non sono di nessuno, e finiscono tutti assolti perché commuovono, non colpiscono” conclude Cotroneo davanti alla stereopizzazione e alla serialità dei prodotti culturali, che si perdono in un surplus di proposte tra il “razionalismo esasperato” e “l’esoterismo da avanspettacolo”. C’è stato un cortocircuito alla fine del secolo scorso, un fenomeno che ha sancito il passaggio di testimone dagli intellettuali -le “élites” di cui parla Alessandro Baricco nel suo ultimo saggio The Game (Einaudi Stile Libero, ottobre 2018)- a personaggi estranei o marginali al mondo culturale, bravi a fare i conti e posizionati a capo di testate giornalistiche e case editrici con lo scopo di sanarne il bilancio. Ma l’industria culturale ha dinamiche diverse: se i romanzi d’appendice servivano all’editore per pubblicare i lavori di qualità, meno appetibili sul mercato, ora l’ottica imprenditoriale dei nuovi manager vede questi ultimi prodotti come costi eccessivi e sacrificabili. Di conseguenza il panorama libraio si appiattisce, i giornali lavorano più con gli uffici stampa che con le notizie e cinema e musica si allineano a gusti e mode passeggere, spesso provenienti dall’estero. E, proprio come Baricco, Cotroneo non ha dubbi su chi puntare il dito: “a un certo punto i manager hanno preso il sopravvento, proprio perché gli intellettuali non si sono fatti classe dirigente”.

Sono tanti i fantasmi chiamati in causa da Roberto Cotroneo nel suo ultimo lavoro dalla struttura districata, apparentemente inesistente però fondamentale per un libro di cui è difficile parlare ma estremamente facile da leggere e da sentire, dai personaggi della Roma capitale culturale a quelli della sua stessa famiglia. Lo scrittore ricorda i genitori e le storie di casa, dallo zio partito per l’America a quello creduto morto in guerra ma in realtà disertore e viaggiatore clandestino, dallo studio del pianoforte (di cui si vergogna) alle visite del padre negli uffici affacciati su Montecitorio. Ma tra gli album di famiglia una mancanza grande assilla lo scrittore, e viene da chiedersi se proprio questa assenza sia tra le origini della sua scrittura: tra i non detti della sua famiglia il giorno del matrimonio dei genitori è taciuto, come è ignorato l’anniversario. E il viaggio per cercare, o per immaginare là dove occorre integrare la realtà con la parola, porta alla Sicilia, ai fiori bianchi e ai registri polverosi e mal riposti della sacrestia. Tra le tanti voci che compongono il coro del romanzo una alla fine prende il sopravvento, facendo nascere nel lettore un’ultima interrogazione: il torpore è l’assenza di domande dopo una vita passata a farle?

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