La Kiev dei monaci, dei ribelli e degli scrittori

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È con la consapevolezza di volare verso un Paese di cui si sente spesso parlare ma di cui – alla fine – ben pochi parlano con reale cognizione di causa che salgo su un aereo diretto a Monaco di Baviera e, poi, a Kiev.
Con me un frasario di ucraino di base, una macchina fotografica, qualche libro e un taccuino su cui annotare impressioni e pensieri.
Non si è trattato di un semplice viaggio di piacere: per alcune settimane ho infatti lavorato come insegnante di inglese in una scuola; compito di certo non facile, se si tiene presente che i bambini parlavano solo ucraino e un po’ di russo (che però, per fortuna, io studio da tre anni).
Nei momenti liberi ho tuttavia avuto la possibilità di scoprire una città che sa sorprendere al di là dei soliti stereotipi.

Non avrei potuto trovare modo migliore per “rompere il ghiaccio” con Kiev: la mattina successiva al mio arrivo mi trovo catapultata da Kozyn (il tranquillo sobborgo dove risiedo e lavoro) al centro della città, sul Chreščatik. Via principale della città, brulicante di pedoni e macchine a ogni ora del giorno, è un punto d’accesso primario per Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell’Indipendenza che ha tanto dominato i giornali e i notiziari di tutto il mondo in occasione della rivoluzione del 2014 contro l’allora presidente filorusso Janukovič.
È con in mente ancora le immagini delle barricate, del fumo e delle bandiere che faccio un primo giro della piazza, quasi sorpresa del fatto che – a distanza di tre anni e mezzo – di questo scenario post-apocalittico non ci sia più traccia. Maidan non ha certo la bellezza di altre piazze europee; eppure sa affascinare con i suoi edifici squadrati, con le vetrate del centro commerciale sotterraneo Globus, con le sue aiuole e fontane e con il monumento all’Indipendenza che la domina dall’alto.
Proprio avvicinandosi al monumento si scopre che, però, qualche cicatrice è rimasta: qua e là qualche scritta “Morte a Putin! Morte a Janukovič!” c’è ancora, così come i manifesti che inneggiano al valore della democrazia. Poco distante, un memoriale in onore di tutti coloro che persero la vita nella rivoluzione del 2014, a cui i passanti nel corso degli anni hanno legato centinaia di coccarde intrecciate con file gialli e azzurri – i colori della bandiera ucraina. A fare da sfondo, un enorme pannello che copre ciò che resta di un edificio bruciato durante le rivoluzione e che, oltre alla gigantesca immagine di una catena spezzata, riporta la scritta “La libertà è la nostra religione”.

Ma Kiev non è solo Maidan ed esiste da ben prima della rivoluzione del 2014: se dovessi scegliere un solo elemento per rappresentare la capitale ucraina opterei sicuramente per le sue numerose chiese con le loro cupole d’oro. Lasciandosi alle spalle il Chreščatik, infatti, ci si può inerpicare fino alla parte alta della città e alla cattedrale di Santa Sofia, simbolo di una storia millenaria e di un’epoca in cui Kiev era capitale del ricco regno della Rus’ medievale; ancora oggi con il parco che la circonda offre ai visitatori un’oasi di pace e silenzio tra i clacson e i motori della città.
Le sagome delle chiese definiscono il panorama della città non meno dei palazzi e del nastro grigio del fiume Dnepr. Gli interni non sono però da meno: quasi sempre in penombra, illuminati solo da qualche finestra e da decine di candele, senza panche o sedie – le messe ortodosse vengono celebrate in piedi – ma con ricchissimi corredi e icone che i fedeli baciano con devozione. Non serve essere credenti: si resta comunque intimoriti da un’atmosfera di così profonda ritualità e così fortemente sacra.
Mentre le donne ortodosse pregano sempre con il capo coperto le visitatrici possono entrare senza velo in molti luoghi, ma con qualche eccezione: uno di questi è la Pečers’ka Lavra – il Monastero delle Grotte. Uno dei luoghi più sacri della Chiesa ortodossa, meta di pellegrinaggi da tutto il mondo dove, per accedere ai cunicoli sotterranei in cui i monaci vivevano e ora sono sepolti, è necessario, oltre al velo e alle maniche lunghe, anche avvolgersi suoi fianchi una lunga veste per coprire la forma delle gambe.

Kiev è una città che va su e giú. Costruita su una serie di colli, per chi – come me – decida di esplorarla anche a piedi (in certi casi le distanze rendono necessaria la metropolitana) costituisce un buon allenamento per le gambe. Passando da un quartiere all’altro ci si ritrova dunque ad inerpicarsi o discendere in alcune ripide strade – chiamate uzvizi in ucraino e spuski in russo – che costituiscono uno dei tratti caratteristici della città. Il più famoso è sicuramente l’Andriyiyvskiyy Uzviz, che unisce la cattedrale di Sant’Andrea con Podil, il quartiere bohèmien – considerato “la Montmartre ucraina” – situato nella parte bassa della città. Al numero 13 nacque e visse per diversi anni lo scrittore Michail Bulgakov (Il maestro e Margherita suona familiare?). La casa (che ha ispirato diverse scene di un altro celebre romanzo di Bulgakov, La guardia bianca, ambientato propria a Kiev e in parte in questa strada) ospita oggi un museo dedicato all’autore ed è visitabile insieme ad alcune preparatissime e simpaticissime vecchiette che fanno da guida (con un tocco folk: parlano solo russo e ucraino, oberežno!).
Podil e la parte alta di Kiev, però, non sono collegati solo da qualche decina di metri di scarpinata lungo le pendici della collina di San Vladimir: piccola gemma della città è infatti la funicolare risalente al 1905. Vale assolutamente la pena provarla anche solo per curiosità (anche grazie al prezzo irrisorio di una corsa: 4 grivne, cioè 0,13€).

Su consiglio di Olesia (la mia padrona di casa e “capa” al lavoro) e di suo marito Taras approfitto di una calda domenica di sole per fare una gita al villaggio di Pirohiv (oggi periferia sud di Kiev) e al Museo dell’Architettura Tradizionale e della Vita Quotidiana Ucraina che lo occupa. Si tratta di un vero e proprio museo a cielo aperto di diversi chilometri quadrati, suddiviso in più aree che rappresentano ciascuna esempi tipici di architettura rurale di zone diverse del Paese. Passeggio quindi tra prati, chiese in legno, casette con tetto di paglia e dimostrazioni di mestieri tipici, quasi del tutto convinta di essere l’unica straniera tra decine di famiglie ucraine con bambini in gita domenicale. Si rivela un’esperienza molto piacevole, un modo per scoprire l’Ucraina rurale attraverso un parco che, per quanto artificiale e pianificato a tavolino, per me conserva comunque il fascino della tradizione e dell’autenticità.
Almeno tanto quanto le maršrutki, sorta di taxi pubblici tipicamente slavi, che costituiscono uno dei modi più “popolari” per spostarsi nelle città dell’Est là dove non arriva la metropolitana. La calca, le precarie condizioni dei veicoli, l’assenza di orari e le possibili difficoltà nell’intendersi con gli autisti (io qui finisco sempre per esprimermi con improbabili misture tra il poco ucraino che so e russo, che però non sempre è ben accetto) le rendono toste all’inizio per chi non è abituato, salvo poi essere ricordate con un sorriso nostalgico.

C’è chi va a New York per fotografare la Statua della Libertà e chi va a Kiev per fotografare la Madrepatria. Sì, perché tra i luoghi simbolo della città c’è anche l’enorme statua Bat’kyvščyna-Mati (madrepatria in ucraino, appunto) voluta in epoca sovietica come parte di un complesso più ampio che celebra e ricorda quanto patito dall’Ucraina – e dall’URSS in generale – durante la Seconda guerra mondiale. Ai suoi piedi, alcune lastre di pietra ricordano le altre “città-eroi” del conflitto: Mosca, Leningrado, Kiev, Volgograd (la fu celebre Stalingrado), Odessa, Minsk, etc.
Se vi è mai capitato di ascoltare qualche celeberrimo pezzo eseguito dal coro dell’Armata Rossa (Poljushka Pole; Kalinka; Alzati immenso Paese! –giusto per citarne alcuni) e magari ne siete rimasti intimoriti, pensate a cosa significhi trovarsi ai piedi di una donna di metallo alta più di cento metri e che regge spada e scudo con falce e martello.

Il modo migliore per concludere questi pensieri e impressioni mi pare quello di provare a trasmettere una sensazione visiva che Kiev mi ha lasciato: l’accostamento tra l’azzurro e un giallo brillante. Sono sicuramente i primi due colori a cui penso: non solo i colori della bandiera ucraina, ma anche delle cupole oro su chiese blu, delle coccarde a Midan, del Dnepr che scorre sotto un ancora accecante sole di fine estate.

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